
Salti sul fuoco, nuotate, corone di fiori. E' la festa pagana di Kupala che si svolge in Russia, Bielorussia e Ucraina. Legata probabilmente al solstizio d'estate, è un sacro giorno in cui si onorano l'acqua e il fuoco. La tradizione vuole che si accendano dei fuochi e si facciano dei bagni in acque aperte al tramonto. Con canti e balli fino a mezzanotte. A quel punto gli uomini e le donne non sposate, ornate da una corona di fiori, corrono nel bosco alla ricerca del "fiore della felce". Se scoppia l'amore tra i boschi, l'uomo farà ritorno con la corona di fiori sulla testa
repubblica.it
Siamo nelle province Yunnan e del Sichuan, vicino al confine con il Tibet.
La maggioranza della popolazione, la cui stima si aggira secondo alcune fonti sui 30.000 individui, secondo altre sui 50.000, è stanziata nei pressi del lago Lugu, e nell'Himalaya tibetano.

Si tratta del popolo Mosuo, anche detto "popolo delle belle donne", ed in effetti l'altra metà del cielo di questa etnia è veramente bella, ma non è l'unica particolarità che la contraddistingue.
Stiamo infatti parlando di un popolo dove i rapporti tra uomo e donna sono "regolati" diversamente da quello che generalmente si verifica nel resto del mondo.
Il loro costume è spiegato chiaramente nel seguente brano tratto da Wikipedia:La cultura è definita dagli stessi Mosuo come matriarcale. Probabilmente sarebbe più corretta definirla come "matrilineare", tuttavia tale definizione non rispecchia ancora la reale complessità di tale cultura. Ogni persona di ogni clan-casa possiede il nome della donna più anziana, la madre del clan. I nomi, come la proprietà della casa e della terra, sono esclusivamente ereditati dalla stirpe femminile. A circa tredici anni, dopo la cerimonia d'iniziazione, le ragazze sono considerate membri a pieno titolo del clan ed hanno la chiave della loro camera da letto. Tuttavia il potere politico rimane nelle mani degli uomini, quest'ultimo particolare non rende la cultura Mosuo un vero matriarcato. La matriarca di un clan, con l'aiuto delle sue sorelle, si occupa degli affari sociali, economici e della casa. È l'amministratrice di tutti le possedimenti del clan: la casa, i campi, gli animali ed i prodotti alimentari domestici, come i cavalli, che sono di solito usati dagli uomini del clan (i suoi fratelli ed i figli). Generalmente il fratello viene scelto per essere il rappresentante del clan e aiuta la matriarca negli affari esterni, la comunicazione con i vicini e la pianificazione del lavoro degli uomini. Durante le danze in onore della dea dell'amore "Gan mu", le giovani donne scelgono un nuovo partner fra i giovani uomini. Gli uomini non possono scegliere. L'eletto ha il diritto di andare a trovare la donna nella propria camera da letto la stessa notte. Tuttavia la mattina seguente all'alba deve lasciarla perché non ha alcun diritto di vivere con essa. Tale pratica viene detta in cinese zou hun, matrimonio-passeggiata. I figli appartengono esclusivamente alla madre ed al suo clan. I fratelli delle giovani donne si prendono cura delle nipotine e dei nipoti, che sono considerati come loro figli. Quindi agli zii è affidata la paternità sociale dei bambini, tipica delle società matriarcali. La paternità biologica non ha alcuna importanza. I bambini, secondo i Mosuo, vengono dal regno degli antenati e non da un uomo dell'altro clan, poiché le antenate vengono venerate i bambini sono sacri. Secondo i Mosuo le antenate ritornerebbero in vita attraverso i bambini. Durante lo sviluppo del bambino, i membri del clan lo identificano con un antenato. Alla cerimonia d'iniziazione, alla bambina verrà dato il nome dell'antenata a cui è stata associata e da quel momento viene considerata a tutti gli effetti come una reincarnazione dell'antenata stessa. Quando una anziana donna muore, durante la sua cerimonia funebre il costume d'iniziazione di una ragazza di tredici anni e dei viveri, sono posti vicino alla sua bara, perché secondo i Mosuo: "ritornerà come giovane donna."

landsofshadow.medialighieri.it
Oggi gli Inuit sono poco più di 100.000 e vivono divisi fra Canada (Québec, Labrador e Nunavut), Stati Uniti (Alaska), Groenlandia e penisola di Chukotka (Russia).
Gli Inuit vivono di caccia, pesca e piccole attività agricole. Non mancano quelli che coltivano le arti figurative (in genere pittura e scultura) Fondamentalmente nomade, disperso su spazi sconfinati, il popolo inuit non conosce l'unità. Al tempo stesso, deve fronteggiare condizioni di vita durissime, con una natura spietata sempre in agguato.
I pericoli della caccia, la malnutrizione e l'elevata mortalità infantile rendono molto bassa l'età media (30-35 anni). E' così che la vita degli aborigeni polari trascorre, per circa 4.000 anni, senza produrre una storia (almeno nel senso che noi attribuiamo a questo termine).
I grandi mutamenti arrivano soltanto verso la metà del diciannovesimo secolo, quando i missionari anglicani codificano l'alfabeto inuit prendendo a prestito i caratteri degli indiani Cree.
La dieta inuit tradizionale consiste di pesce, foche, balene e altri mammiferi marini, la cui carne viene cotta, fatta seccare o congelata. La foca, alimento base in inverno, è anche una preziosa fonte di cibo per i cani, e fornisce pellame, materiale per costruire barche e tende, combustibile per luce e riscaldamento. In estate, nelle zone interne dell'Alaska e del Canada, vengono cacciati i caribù e, in misura minore, orsi e volpi. La caccia alle balene, ai trichechi e ai caribù richiede l'organizzazione di spedizioni di gruppo. Molte famiglie seguono cicli stagionali di pesca e di caccia, che li portano a spostarsi periodicamente all'interno di un territorio delimitato.
La meta turisticamente più famosa della Thailandia è Pucket, e proprio qua possiamo ancora incontrare un popolo nomade la cui vita è scandita dalle onde del mare del sud est asiatico.Un rischio incombe su questa romantica minoranza, e cioè l'edilizia che sempre più divora la spiaggia che loro tanto amano, e con questo a rischio sono anche la loro integrità culturale e le loro usanze.
Una parte di loro ha lasciato le acque stabilendosi sulla terra ferma, ma sono costretti sempre più ad arretrare davanti ai cantieri.
Sono un popolo di pescatori, amanti della natura e della tranquillità
Vi consiglio di leggere anche l'interessabte post di Saamaya

I pigmei odierni sembrano provenire da un gruppo molto ristretto di antenati e le differenze si sono mantenute grazie all'isolamento in cui i pigmei hanno vissuto per 30 mila anni, solo a partire da 40 mila anni fa le donne pigmee sono diventate spose degli uomini bantu, il contrario invece non si è mai verificato.
Il motivo della scarsa crescita è presumibilmente da ravvisare nell'adattamento dei pigmei alla vita nella foresta pluviale, gli alberi lasciano filtrare poca luce solare e quindi poca sentitizzazione della vitamina D, necessaria alla crescita del tessuto osseo.
Adesso i genisti cercano di capire come saranno i pigmei del futuro, adesso che i pigmei hanno abbandonato il loro stile di vita.
fonte Geo
Colui che non ha ancora varcato il confine ideale tra il necessario ed il superfluo.
16:46
Le tribù che popolano i villaggi della Papua Nuova Guinea sono rimaste estranee al "progresso" e conservano ancora intatti i loro riti, il loro stile di vita e le loro credenza. In un'epoca in cui gli esploratori possono utilizzare i telefoni cellulari per chiamare dalle vette dell'Himalaya, l'Irian Jaya e la Papua Nuova Guinea sono rimasti gli unici luoghi immuni alla “civilizzazione”: in questa parte del mondo ci sono ancora centinaia di popolazioni sconosciute, molte delle quali in via di estinzione.
La Nuova Guinea è la patria indiscussa degli ultimi uomini della Terra. Qui tra angoli di preistoria nascosti dal tempo e dalla natura, sopravvive ancora qualcosa dell'uomo originario, colui che non ha ancora varcato il confine ideale tra il necessario ed il superfluo. Si tratta di varie tribù che sono state immortalate dell'obbiettivo di Iago Corazza e Greta Ropa
Tradotta, la parola Ainu, che definisce questo popolo indigeno delle isole del Giappone, significa "umano": per loro infatti, tutto ciò che è fuori dal loro controllo fa parte del mondo naturale, ed è regolato dall’influsso di vari dèi.

Il territorio tradizionale di insediamento dei Lapponi, o Sami, si estende su un’ area geografica che comprende quattro paesi: Finlandia, Norvegia, Russia e Svezia, abitati da questa popolazione molto prima che venissero costituiti i confini tra i vari stati; comunque questo popolo occupa principalmente le terre a nord del Circolo Polare Artico.
Negli antichi documenti ufficiali gli antenati dei sami vennero chiamati "lapponi" . Un "lappone" significava in Finlandia una persona che praticava le cosiddette "professioni lapponi" cioè l'allevamento di renne, la pesca e la caccia. La parola "lappone" deriva dalla parola svedese "lapp" che significa "toppa". La denominazione "sami" ("sápmelas" in lingua sami) è una definizione etnica, che riferisce all'auto-identificazione dei sami come membri della comunità culturale sami distinta dalla loro cultura.Essa si distacca dalla denominazione lappone data dai non-sami e ritenuta dai sami come troppo carica di significati e persino dispregiativa. I Russi li chiamano Lopari.
Le lingue sami appartengono al gruppo linguistico finno-ugrico della famiglia uralica, la cui letteratura era una volta esclusivamente orale, sebbene oggigiorno molte poesie e canti (lo joik) siano tradotti e pubblicati soprattutto nelle tre lingue sami principali (sami settentrionale, sami di Inari e sami skolt). Sono generalmente categorizzate in 11 lingue, che iniziarono a svilupparsi dal XVII secolo, di cui una estinta nel 1800 e altre quattro in pericolo d'estinzione. In forma scritta, solo sei lingue hanno una storia letteraria. La lingua comune da cui sono generate è chiamata protesami.
- i Lapponi norvegesi : vivono quasi tutti lungo le coste e i corsi d’acqua, dediti alla pesca, alla caccia e a piccole industrie artigianali (Lapponi sedentari).
- i Lapponi svedesi : si dividono in due gruppi. Lapponi della foresta che vivono allevando le renne nel folto delle foreste di conifere e compiono brevi migrazioni da un pascolo all’altro (Lapponi semi-nomadi), e i Lapponi di montagna che trascorrono l’estate sui pascoli montani e al giungere dell’inverno compiono lunghe migrazioni per trasferirsi, con le loro mandrie, in pianura. Questi ultimi sono i Lapponi nomadi, quelli che hanno maggiormente mantenuto il carattere e le tradizioni del loro popolo.
- i Lapponi finnici e russi : appartengono quasi tutti al gruppo dei Lapponi della foresta
liceoberchet.it
per saperne di più:
Azalai, lungo la via del sale: gli scatti del Mali per Alì2000
14:53
galleria foto
In lingua tuareg si chiama azalai ed è il tradizionale e faticoso viaggio che da oltre cinque secoli si muove da Timbuctù alle miniere di Taoudenni tornando sulle rive del Niger, con il pesante carico di lastre di sale. È questa la carovana del sale, ed è l’affascinante protagonista della mostra Azalai, lungo la via del sale, ovvero trenta fotografie in bianco e nero che documentano questo antichissimo commercio maliano, tuttora vitale, esposte dal 12 al 16 novembre a Milano, alla libreria Rizzoli in Galleria Vittorio Emanuele. A realizzarle Stefano Pensotti, fotografo e viaggiatore che con i suoi scatti racconta l’ambiente umano e geografico che le carovane attraversano: persone, comunità, culture, ambiente.
Accompagnano il percorso espositivo il testo dell’antropologo Marco Aime, amante della commovente bellezza e povertà del Mali, e uno scritto di presentazione dell’associazione Alì2000 Onlus. La mostra, infatti, nasce come evento per sostenere questa organizzazione, nata da amici uniti dalla passione per l’Africa: il suo operato è sul territorio africano, prevalentemente in Mali, con l’obiettivo di favorire lo sviluppo delle popolazioni rurali più disagiate e di migliorarne le condizioni di vita, coinvolgendo le risorse umane locali nella individuazione, definizione e realizzazione degli interventi.
La costruzione di tre pozzi-cisterna nei villaggi di Amà, Toumounì e Kamba Saramè, nella falesia Dogon, è ora nel mirino di Alì2000, che porta il nome di Alì, un bambino di etnia Dogon morto nel 2000 per la mancanza di una flebo. Con la realizzazione dei pozzi, l’associazione vuole raggiungere l’acqua in falda, con un occhio particolare rivolto alla popolazione femminile dei villaggi visto che, in situazioni di emergenza idrica, sono le donne a sobbarcarsi il lavoro di recupero e trasporto dell’acqua da pozzi lontani, aggravando ulteriormente il carico di impegni quotidiani per la gestione della famiglia e della comunità. La mostra Azalai, lungo la via del sale non finisce a Milano. Toccherà altre città, facendo conoscere il fascino e l’emozione che suscita il Mali. Il 12 dicembre sarà a Piacenza (Galleria Ricci Oddi); il 30 gennaio 2009 a Sondrio (Palazzo Martinengo) con un concerto di Ludovico Einaudi e di Ballakè Sissokò dedicato ad Alì2000; il 22 marzo a Roma in concomitanza con la Giornata Mondiale dell’Acqua. E nel corso del 2009 sarà allestita a Cremona, Roma, Firenze ed Aosta secondo un programma ancora in definizione.
panorama.it
Mapuche. si autodefiniva il figlio della terra per eccellenza.
22:03Gli abitanti del Tahuantinsuyo - che gli occidentali chiamano impero inca - indicavano lo spazio geografico dell’attuale Cile come il luogo in cui il mondo finisce. Infatti la sua conformazione è veramente strana: una stretta fascia di terra, molto lunga, di circa 4000 chilometri con una larghezza media di solo 150. Questa realtà è determinata dalle altissime montagne della catena delle Ande e dall’Oceano Pacifico, che sembrano volere avanzare, ciascuno dal suo lato, per confrontarsi, incuranti di valli, foreste, deserti che punteggiano l’area cilena.
All’inizio del XVI secolo buona parte delle coste verso il Pacifico dell’America del Sud era dominata dagli incas. Nell’arco di poco più di un secolo e mezzo essi avevano vinto decine di nazioni, conquistando un territorio che, nel massimo dell’apogeo, era quasi uguale a quello dell’Impero Romano. Nella parte meridionale la frontiera fu però disegnata da un popolo indomabile che riuscì a bloccare la marcia degli incas. Si trattava dei mapuchi, popolazione che occupava tutto il centro e una porzione del sud del Cile.
Mapu, nella loro lingua, significa terra e designa l’uomo.
Quindi il mapuche si autodefiniva il figlio della terra per eccellenza.
Per l’impero inca l’inferno vomitò dalle proprie viscere l’abominio e il dolore nel 1532, quando gli spagnoli guidati da Francisco Pizarro giunsero sulle loro spiagge e diedero inizio alla conquista e alla distruzione di millenni di cultura.
Nel giro di pochi anni essi depredarono, saccheggiarono e si installarono nei centri di potere dell’impero. Ma non sazi desideravano continuare ad inghiottire nuove terre e ad accumulare altre ricchezze. Nel 1539 Pizarro mandò un suo amico e compagno di massacri a occupare il Cile, assegnandogli il pomposo titolo di governatore generale. Si trattava di Pedro de Valdivia, castigliano, nato in Estremadura nel 1502, soldato competente, che aveva combattuto nelle Fiandre e in Italia. Al comando di truppe e di indii schiavizzati, e organizzando un apparato burocratico, egli si preparò a dar vita in breve tempo ad una nuova colonia della quale sarebbe stato il signore. Attraversò il terribile deserto di Atacama, percorse centinaia di chilometri, guadò i fiumi Maule e Itata e giunse fino al Bio-Bio. Gli invasori si rallegravano per le tante bellezze e meraviglie che vedevano.
Ma in breve tempo l’allegria cominciò a trasformarsi in sofferenza. Da dietro le montagne o dall’alto degli alberi frecce sibilavano sicure, mietendo vite. Un nemico silenzioso e invisibile chiedeva il sangue degli spagnoli. I conquistatori si possono accusare di tutto, ma non che fossero codardi, o che non conoscessero l’arte della guerra. Valdivia riorganizzò i suoi uomini, e sfruttando al massimo il vantaggio tecnologico di possedere cavalli, armature e armi da fuoco riuscì ad imporre ai Mapuchi battaglie campali dalle quali uscì vittorioso. In una di esse fece prigionieri centinaia di indii e in un atto di estrema barbarie li divise in due gruppi: a uno fece tagliare un piede, all’altro mozzare una mano. Sorridendo diceva di essere clemente, in quanto dava l’opportunità che quelli senza mano aiutassero quelli senza piede, e viceversa.
Fra i prigionieri vi era un giovane che Valdivia decise di prendere con sé per educarlo e possibilmente trasformarlo in un capo mapuche sottomesso agli spagnoli. Il suo nome era Lautaro.
Per conservare il dominio, i conquistatori crearono una serie di forti e una capitale, Santiago de Extremadura. Fu là che venne condotto Lautaro al fine di servire i dominatori. Imparò la lingua, i costumi e le arti belliche. In particolare conobbe da vicino i cavalli, animali che terrorizzavano gli indii, e divenne esperto nel trattarli.
Gli anni passarono e una volta di più i mapuchi riunirono i capi delle loro comunità e sotto la guida di Caupolican ripresero la guerra di resistenza. Il governatore generale si trovava nella città fortificata di Concepción quando gli giunse la notizia della ribellione. Mobilizzò rapidamente le sue forze e si mise in marcia, mentre nella retroguardia seguivano tremila indii servi degli spagnoli. Alla loro guida era stato posto il giovane Lautaro, in sella ad un grande cavallo.
Pochi giorni dopo entrarono in contatto con una massa compatta di mapuchi ed ebbe inizio una nuova battaglia. Gli indii avevano appreso molto, ma erano ancora inferiori militarmente e di fronte ad un altro assalto della cavalleria cominciano ad indietreggiare. È il momento in cui si eleva il grido di combattimento di Lautaro, che ordina ai suoi tremila indii di attaccare gli europei. Sorpresi e aggrediti da due lati, dopo un’ardua resistenza, gli europei finirono massacrati. Lo stesso Valdivia cadde prigioniero. Racconta la leggenda che la sua morte fu atroce, essendo costretto a mangiare terra come punizione per quel suolo che tanto aveva desiderato e che aveva bagnato di sangue.
Con pazienza Lautaro aveva tessuto in schiavitù una rete di resistenza con i suoi fratelli indii, ed essa funzionò al momento giusto. In poco tempo egli venne riconosciuto come il leader militare di tutti i mapuchi. Sfruttando le sue conoscenze, egli rese i suoi combattenti ancora più temibili. Creò una cavalleria, migliorando le prestazioni degli europei, utilizzando una sella più leggera, proteggendo i fianchi degli animali con cuoio e eliminando gli speroni di ferro. Ogni cavaliere portava un compagno armato di frecce o lance che quando necessario smontava e combatteva a piedi. Inoltre usavano uno strumento a fiato per annunciare gli attacchi, fatto con le tibie dei castigliani. Questo espediente terrorizzava i conquistatori.
Così un forte dopo l’altro venne conquistato; rimaneva, come insediamento importante, solo Santiago. E fu nell’attacco alla capitale che Lautaro venne fatto prigioniero. L’odio degli invasori lo sottopose a crudeli torture e finalmente morì, dopo che gli vennero tagliate entrambe le braccia.
Nonostante il continuo arrivo di rinforzi agli iberici dal Perù, la guerra mapuche continuò per oltre un secolo. Infine l’orgogliosa corona spagnola dovette riconoscere i mapuchi come un popolo che non poteva essere vinto. E, caso unico nella storia della colonizzazione spagnola, riconobbe i mapuchi come un popolo che aveva diritto alle proprie terre e stipulò con essi un tratto, accettando che tutto il territorio a sud di Santiago (il fiume Bio Bio ne segnava il confine) appartenesse a loro.
E così fu per oltre due secoli; solo alla metà dell’800, con il Cile già indipendente, l’oligarchia mosse il suo moderno esercito per dominare quella regione.
Ma fino ad oggi, e sempre di più, i mapuchi rivendicano i propri diritti, il proprio suolo ed esaltano il loro eroe, l’eroe di tutti gli oppressi dell’America India, Lautaro, il figlio diletto della terra.
interamente tratto da gruppocome.it
guarda anche: webpage
Le Isole Hawaii, il più remoto e staccato arcipelago dalla terraferma al mondo, distano più di 3300 km dal continente Americano e sono in continua formazione ed evoluzione per via dei vulcani (anche sottomarini) Un paradiso terrestre dove diversi ecosistemi vivono in contrasto e armonia. In una zona della stessa isola è possibile incontrare un clima secco e soleggiato ed uno con zone pluviali e ricche di vegetazione.
tatuaggiointeramente tratto da biologiamarina.eu
Sparsi in un’ampia fascia verde che si estende per 1.800 chilometri lungo l’Equatore, dalle coste dell’oceano Atlantico fino alla regione dei Grandi Laghi, i pigmei sono valutati tra le 130 e le 200 mila persone. L’imprecisione della stima è dovuta alle difficoltà oggettive di recensire una popolazione che, nonostante presenti oramai i segni di una progressiva sedentarizzazione, passa ancora moltissimo tempo in piena foresta.
Da un punto di vista etnografico, i pigmei si dividono essenzialmente in tre grossi gruppi: i più celebri presso gli studiosi sono i Bambuti, situati prevalentemente nella regione dell’Ituri, nell’attuale Congo-Kinshasa.
Ci sono poi i Batwa (o Bacwa), situati nelle foreste della regione dei Grandi Laghi (prevalentemente in Rwanda), considerati però da molti studiosi come un gruppo non propriamente pigmeo, ma piuttosto “pigmoide” in ragione del meticciamento praticato già da molto tempo con le popolazioni nere confinanti.
Infine, un terzo gruppo composito, diffuso a macchia di leopardo nella regione occidentale del bacino del Congo, in un ampio territorio compreso tra Gabon, Camerun, Congo e Repubblica Centrafricana, porta il nome di Babinga.
Il termine Babinga per la verità comprende parecchi sottogruppi (ricordiamo i Bajele, i Tikar, gli Akoa, i Babendjele e gli Aka), tra i quali spicca per consistenza quello dei Pigmei Baka, di cui ci occupiamo espressamente in questo numero di Africa.
consiglio la lettura di questa pagina
missionaridafrica.org
Pigmei Baka: sito costantemente aggiornato ad ogni spedizione, che non può non essere visto...è ricco di foto e informazioni


Questa tribù è di razza bereber, però con abbondante meticciato con neri sudanesi. Si caratterizzano per possedere una elevata statura, pelle bruna e occhi scuri. Il soprannome di "uomini blu" è dovuto al colore indaco del velo che gli copre la testa e la faccia e gli dona questa tonalità.
Il territorio che storicamente è stato l'habitat tradizionale dei tuareg, l'Azawad, comprende ampie estensioni al sud dell'Algeria e la Libia, al ovest del Niger, nord de Burkina Faso ed est di Mali. La storia dei tuareg è solo conosciuta da antichi testi di cronisti arabi che gli ubicarono originariamente al nord dell'Africa. Dopo si furono spostando verso il deserto del Sahara.
Nel XV secolo si convertirono alla fede musulmana, sebbene ancora mantengono numerosi credi animisti e hanno sviluppato una cultura nomade basata nella pastorizia e nel commercio, però non hanno mai cristallizzato in forme d'entità politica centralizzata. Fino al XIX secolo i tuareg non conoscevano le frontiere nazionali e sviluppavano la loro attività commerciale liberamente nell'immensa regione di 1,5 milioni di chilometri quadri.
Commercianti e allevatori di bestiame transumanti, gli "uomini del velo", erano gli unici capaci di passare il deserto unendo i mercati del Sahel africano con le città arabi del Mediterraneo. Tutto cominciò a cambiare con il proceso d'indipendenza nell'Africa.
Le grandi carovane che regnavano in queste terre desertiche furono sparendo pratticamente a causa di problemi doganali, politici e di frontiera. La cultura di allevamenti di bestiame e commerciale è stata quasi sostituita d'una vita sedentaria.
Attualmente i tuareg vivono frammentati in piccole tribù, disseminati dalla regione in quattro gruppi che si corrispondono con altri tanti massicci nel cuore del Sahara: il Hoggar e il Tassili, nell'Algeria; l'Air nel Niger e l'Adrar in Mali.
Il nucleo minimo d'organizzazione sociale dei tuareg è l'accampamento, composto di solito da circa cinque o sei famiglie. La sezione raggruppa tra 10 e 20 accampamenti. Il grado maggiore d'organizzazione è la confederazione, che unisce varie sezione sotto la direzione d'un leadership.
La donna
Le donne tuareg sono molto libere. Di forte tradizione matriarcale, la società è monogama e dona alle donne il diritto sulle questioni amorose e portare le redine della casa. A differenza degli uomini, loro hanno la faccia scoperta e ritardano il matrimonio tutto quello che possono per mantenere la loro indipendenza.
Accompagnano le carovane, si incaricano dell'educazione dei figli e sono depositarie e trasmissore delle tradizioni, la cultura e l'alfabeto tuareg, il titinah, che non possiede espressione letteraria.
Il vestito degli uomini consiste in una grande tunica (jehab), di colore in genere bianco e pantaloni larghi che si sostengono con una cintura di cuoio sbalzato. Il turbante o lithan è un pezzo di tessuto di quattro metri che si arrotola nella testa e copre la faccia, lasciando solo gli occhi alla vista.
La sciarpa serve per mantenere l'umidità nel deserto. Lo stile di vita nomade permette accumulare pochi oggetti ed esige che questi siano utili e leggeri. L'artigianato tuareg è quindi povera e poco elaborata.
La maggior parte dei pezzi sono di cuoio tinto e tagliato in strisce, con le quali le donne fabbricano e addobbano cinture, borse, fruste e sedie per i cavalli. Ogni tenda, che costituisce la loro casa, è costruita con 20 o 30 pelli di capra u pecora tinte con barro e soggette con pezzi di legno decorati con motivi geometrici.
Il Festival di Bianou, che si celebra nell'antica città tuareg di Agades, nel Niger, è uno tra i più importanti dell'Africa musulmana. L'atto principale della festività è la danza di uomini vestiti di guerrieri, portando i propri fusili in alto il che ricorda le guerre islamiche.
Guerre Delle sabbie
Nella decade degli anni 90, i tuareg interpretarono una ribellione armata contro i governi centrali de Mali e Niger che durò sei anni di fronte al primo e tre anni con il secondo, nelle quali esigevano che fossero rispettati i loro diritti fondamentali.
I protestanti demandavano più autonomia e anche l'indipendenza per il loro territorio tradizionale, l'Azawad e raggiungere una maggiore partecipazione nell'aiuto internazionale per lo sviluppo, che ricevevano entrambi i paesi.
La repressione fu terribile, migliaia di tuareg perirono durante i confronti armati, i loro pozzi d'acqua furono avvelenati e gli accampamenti rasi al suolo, mentre che molte famiglie fuggirono della guerra spostandosi a altri paesi limitrofi.
Il conflitto armato si risolve con Mali e Niger dopo la firma d'un patto nazionale di pace con i rappresentanti governativi. I tuareg iniziarono il ritorno, ma, la situazione era molto critica: la guerra e la forte cecità affettarono in modo notabile le risorse idrauliche, il che occasionò un'importante riduzione del bestiame, principale mezzo di sostento e per tanto del commercio. Orgoglio Leggendario
Come accade da secoli, le carovane di tuareg continuano a viaggiare fra città del deserto come Agades o Blida per comperare sale e altri prodotti che dopo scambiano in altre regioni. Però indubbiamente, il progresso gli ha affettato.
L'introduzione di moderni camion nel deserto, ha rilegato in certa misura il traffico delle carovane di cammelli. Malgrado queste circostanze, gli orgogliosi nomadi tuareg, il popolo leggendario che è stato padrone e signore del Sahara per secoli, non emigra. Ogni uno dei suoi gesti rivela l'intima certezza di che l'elemento essenziale della loro cultura è essere un popolo totalmente libero.
Di Roberto Correa Wilson, autore e giornalista cubano, specializzato in politica internazionale ed è stato corrispondente in alcuni paesi africani.
interamente tratto da www.prensa-latina.it
SUBSCRIBE
Followers
Views
Translate
licenza

this planet is wonderful by http://thisplanetiswonderful.blogspot.com/ is licensed under a Creative Commons Attribuzione-Non commerciale-Non opere derivate 2.5 Italia License.






















